Letteratura e potere

Saggi.

Ovunque e da sempre le minoranze vorrebbero sovvertire il potere. Le minoranze credono sempre di essere migliori rispetto a chi detiene il potere. Di fatto, è più ragionevole credere che le minoranze vogliano sostituirsi a chi comanda per comandare. Detenere un potere viene percepito come un privilegio, non come una responsabilità. Tutti gli uomini vogliono godere di privilegi individuali e a favore della comunità di appartenenza. Tutti gli uomini vogliono il potere. Non si ha certezza, al contrario si presuppone che chi detiene potere ne goda, non ne patisca il carico di responsabilità. Gestire il potere di decidere per sé e per gli altri è difficile e faticoso. Le élite che detengono il potere sono percepite come gruppo privilegiato. Le minoranze non dubitano. Le minoranze credono sempre di essere migliori rispetto alle élite.

Questa sequenza di assiomi è facilmente discutibile e realisticamente indiscutibile.

Cosa desidera chi sempre mette sotto attacco il potere editoriale? Esiste un potere della letteratura?

Ci soffermiamo, in questo testo, sui rapporti tra scrittore e potere e tra letteratura e potere.

Parola di Rodolfo Wilcock

Juan Rodolfo Wilcock (1919-1978), poeta, scrittore e traduttore, argentino e italiano, circa il potere editoriale aveva le idee chiare.

Non di rado la letteratura diventa strumento di potere; chi ne ha le redini in mano, da quel momento se le tiene strette. La cultura si chiude in casa e si fa rappresentare dalla sua serva ch’è la sottocultura.

Il mondo letterario ha allora un suo governo il quale, come tutti i governi, tende a soddisfare anzitutto le aspirazioni dei più bestiali, cioè i più forti, tra i sudditi.

[J. Rodolfo Wilcock, Sul reato di scrivere, in Il reato di scrivere, Adelphi, 2009, p. 11.]

Il reato di scrivere è una raccolta di articoli di Rodolfo Wilcock pubblicati tra gli anni Sessanta e i Settanta. Lo scrittore usa la parola “letteratura” che oggi – tutti scrivono, pochi aspirano a fare letteratura, molti sono orgogliosi di non fare letteratura – appare fuori luogo, dunque la si sostituisca con la più generica parola “scrittura”.

Gli scrittori “al potere” fanno élite; gli scrittori che non fanno élite offrono un’alternativa forte e di contenuto? Su questo c’è da dubitare. Quando ci sono pur lodevoli intenzioni, non ci sono i fatti. Non ci sono idee, o al peggio sono confuse. Si sa cosa si vuole attaccare, non si sa cosa erigere sopra le macerie.

Ma soprattutto, quale potere? Quale potere, oggi, detiene chi pratica il mestiere di scrivere? Il potere c’è, ma di scarso impatto.

L’illusione del potere

C’è un libro datato 1974 che nelle ultime pagine inquadra l’illusione del potere dello scrittore. Non è questo il luogo di spreco di parole circa lo svuotamento della figura dell’intellettuale. Questo è un fatto, tra i tanti, di cui si prende atto.

Il libro è Lo scrittore e il potere, autore un giornalista, Nello Ajello (1930-2013). Vale la pena tenere a mente questo passo:

Ma allora, se il connubio fra l’intellettuale militante e l’industria culturale (anche quella politicamente meno presentabile) è avviato in genere su binari così pacifici, perché mai in Italia i letterati insistono nel compiangersi? Che cosa esprime la loro nevrosi? Una generica ansia di purezza? Il rimpianto per aver perduto la loro ultima, tipica, atavica illusione: quella (per dirla con Leonardo Sciascia) di «vivere dentro il potere anche se non hanno il potere»? O piuttosto non riescono a capacitarsi del fatto che il loro lavoro sia diventato una dorata superfluità, utile semmai ad altri ambienti per altri scopi? O, infine, essi si trovano a disagio per dover assistere all’avvento di una nuova èra che non contempla la loro presenza, dovendo per di più fingere (per carità di corporazione) che ciò non sia vero o continuare a vivere, pubblicare libri, recensirsi «come se»…?

[N. Ajello, Lo scrittore e il potere, Laterza, 1974, p. 247.]

Difficile negare. Cosa “vogliono fare” gli scrittori? Cosa presumono di “poter” cambiare? Cosa “possono”?

C’è una risposta: gli scrittori possono creare mondi, non ideologie. Gli scrittori non hanno il potere di supportare una propria ideologia. Se lo avessero, non sarebbero scrittori, ma politici. La scrittura ideologizzata non è letteratura.

Lo scrittore non conta nulla

Quanto è difficile ammettere di non poter cambiare nulla, in quanto scrittore? Lo dice bene lo scrittore e critico Alfredo Giuliani del Gruppo 63, a proposito di un artista che affrontò e perse contro questa illusione, Vladimir Majakovskij (1893-1930):

È certo, in ogni caso, che niente è così scoraggiante come il voler continuare a scrivere versi con la cattiva coscienza che i versi non servono a raddrizzare le gambe ai cani.

[A. Giuliani, L’ideologia non supplisce il mestiere (1962), in Gruppo 63. Critica e teoria, a cura di Renato Barilli e Angelo Guglielmi, Feltrinelli, 1976, p. 264.]

Giuliani vede bene il paradosso:

La nozione del mandato sociale come “presenza, nella società, di un problema la cui soluzione è concepibile solo mediante un’opera poetica,” è piuttosto un’iperbole, un’invenzione, che non una bussola ideologica […].

[ivi, p. 263.]

Il potere della letteratura: la creazione

Negare il potere dello scrittore non equivale a negare il potere della letteratura.

Al di là dei desideri, delle pretese e delle illusioni dell’autore, c’è l’opera letteraria. Quando l’opera letteraria non è il risultato di un programma, o non è lo strumento per raggiungere fini che non siano letterari, può aspirare a essere opera letteraria.

Che cos’è un’opera letteraria? L’opera letteraria è un’opera letteraria. È tautologico. I discorsi a riguardo non hanno mai esaurito l’argomento né mai sono giunti a una definizione. Dire che cos’è letterario è un po’ come dire che cos’è bello. Ci sono parametri, relativi, restrittivi, e poi ci sono elementi di imponderabilità. Perché un libro inconcluso come L’uomo senza qualità di Robert Musil è letteratura? Inutile provare a dare una risposta, basta leggerlo. Un libro del genere è una “visione del mondo”. Possiamo azzardare che l’opera letteraria è la creazione, in forma scritta, di un mondo o di una visione del mondo. C’è tanto potere in questo, un potere diverso, meraviglioso, che è quello insito nel concetto di “creazione”. Creare è divino. L’uomo che riesce a creare attinge al divino. Non è che “ci si crede”, ma realmente “ci si percepisce”, in quel momento, al di sopra della propria normale e naturale condizione.

Letteratura e visione del mondo

A un potere tale tuttavia si accede individualmente, liberi da legacci ideologici. Riprendiamo il saggio di Giorgio Manganelli (1922-1990), La letteratura come menzogna:

Non v’è letteratura senza diserzione, disubbidienza, indifferenza, rifiuto dell’anima. Diserzione da che? Da ogni ubbidienza solidale, ogni assenso alla propria o altrui buona coscienza, ogni socievole comandamento. Lo scrittore sceglie innanzitutto di essere inutile; […]

[G. Manganelli, La letteratura come menzogna (1967), in Gruppo 63. Critica e teoria, cit. p. 346.]

Accettata la propria inutilità, lo scrittore può attingere al potere della letteratura. Negare il potere dello scrittore non equivale a negare il potere della letteratura, ma il contrario. Il potere della letteratura non è limitato allo splendore della creazione, ma riesce ad agire anche nel mondo in tempi non prevedibili. Riprendiamo, a questo punto, le parole del critico Renato Barilli (1935):

Accumula crediti e benemerenze, la letteratura, in quanto partecipa attivamente a rimuovere le strutture ormai logore di una vecchia “visione del mondo.” Portata per natura ad aver uno stretto contatto con le cose e la realtà, è tra le prime a scorgere quando cose e realtà si rifiutano ormai di restar imbrigliate entro gli schemi usati fino a quel momento; propone allora in abbozzo strutture più ampie e comprensive (oppure contrae quelle già esistenti, nel caso che queste ultime siano apparse sovrabbondanti per inquadrare una realtà rivelatasi invece più “magra” e ristretta di quanto non sembrasse).

[R. Barilli, Quale impegno? (1963), in Gruppo 63. Critica e teoria, cit. pp. 312-313.]

Antonio Russo De Vivo © 2020

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