La civetta cieca. Hedàyat e la scrittura del suicidio

Sadègh Hedàyat

Sadègh Hedàyat, l’autore de La civetta cieca, è uno di quegli scrittori che si sono lasciati dimenticare. Ci sono alcuni scrittori che scrivono – perché sono scrittori e rientra nella loro natura scrivere, forse un destino, forse fatalità – e poi soffrono nel fare l’ultimo passo: pubblicare e tutto quanto ne consegue. Hedàyat era di quelli cui gli amici dovevano strappare i manoscritti per farli circolare. Si tratta di un caso virtuoso da un punto di vista di “ecologia letteraria”, ossia di un approccio ecologico alla pubblicazione: pubblicare solo quanto necessario, non tutto, perché si pubblica troppo. Eppure, quando gli autori sono talentuosi, dall’altro lato va preso atto di una mancanza, di un sentimento di privazione: il grande scrittore che non vuole pubblicare o che lo fa eccezionalmente, lascia un particolare vuoto, il vuoto virtuale dell’opera di Kafka se Brod ne avesse rispettato le ultime volontà.

Chi è Sadègh Hedàyat

Sadègh Hedàyat è nato nel 1903 a Teheran da famiglia nobile iraniana. Si diploma al liceo in Iran, e in quegli anni diventa vegetariano. Studia ingegneria in Belgio, prima di completare gli studi si trasferisce a Parigi, qui tenta il suicidio ma viene salvato da un pescatore. Torna in Iran e lavora in una banca nazionale.

Recatosi in India, studia la lingua pahlavi e lo zoroastrismo. Tornato in Iran, lavora al Ministero della Cultura. Studia la storia e il folklore del suo paese. Traduce in lingua iraniana diversi autori occidentali, tra i quali Maupassant, Čechov, Rilke, Poe e Kafka.

Desidera trasferirsi in Francia, lo fa nel dicembre del 1950, muore suicida a Parigi il 10 aprile 1951.

Hedàyat e il suicidio

Come riporta Pasteur Vallery-Radot nel saggio Uno scrittore disperato: Ṣādeq Hedāyat («Homme et Mondes», n. 92, Paris, mars 1954, in La civetta cieca, traduzione di Marco Guarnaschelli, SE, 2019, p. 106), lo scrittore iraniano “il 10 aprile 1951 venne ritrovato, nel suo appartamento di Rue Championnet, steso a terra, con un’espressione serena sul viso, accanto ai suoi manoscritti bruciati. Era morto il giorno prima”. Il suicidio è avvenuto “aprendo il rubinetto del gas” (ivi, p. 105).

È stata, per lo scrittore, una liberazione. Hedàyat è stato ossessionato dall’idea del suicidio fin dalla giovinezza, ci ha provato, ne ha scritto di continuo, lo ha compiuto. Quando la vita e l’opera si toccano, un velo tragico cala su autore e scrittura.

Il 15 ottobre 1948, Hedàyat scriveva a Jamal-Zadah della sua incapacità a uccidersi:

Sono stanco e disgustato di tutto, i miei nervi sono tesi al massimo. Trascorro i miei giorni come un condannato le sue notti e peggio ancora. Nessuno può infondermi coraggio o consolazione. Non posso continuare a ingannare me stesso… e non ho il coraggio di uccidermi.

[ivi, p. 108.]

Questa assurda ossessione, il suicidio, accompagna l’intera opera di Hedàyat. Il protagonista del romanzo La civetta cieca sopravvive confidando nella possibilità di uccidersi, i personaggi di alcuni suoi racconti si suicidano o muoiono presumibilmente suicidi. Si può dire che lo scrittore dapprima diffonda nelle sue opere il veleno che sempre lo corrode, e infine riesca a goderne. Viene da chiedersi, immaginandolo morto e beato, se il suicidio, talvolta, non sia l’unica scelta possibile e se, in quanto tale, esso non vada ritenuto una morte naturale – relativa, cioè, alla natura del suicida.

La civetta cieca

La civetta cieca è l’unico romanzo di Hedayàt. Scritto nel 1930, è stato fatto stampare nel 1937, a Bombay, in poche copie.

L’autore l’ha pubblicato in Persia solo nel 1941, causa timore per la censura.

Incipit

Esistono malattie che, nella solitudine, lentamente corrodono la nostra psiche come una sorta di cancrena.

[ivi, p. 11.]

Il libro

Il protagonista de La civetta cieca, un decoratore in età matura, racconta in prima persona la sua storia per un’esigenza di introspezione. Quest’uomo solo e che sembra vivere a un passo dalla morte chiarisce subito, in via indiretta, il fine del memoriale:

Fin da quando ho rotto gli ultimi legami col resto dell’umanità, ho desiderato solo di poter raggiungere una più completa conoscenza di me stesso.

[ivi, p. 12.]

Non si tratta di un’opera di autoanalisi alla maniera de La coscienza di Zeno di Italo Svevo. La civetta cieca è un delirio prolungato di un uomo che sopravvive grazie all’oppio e a un calice di vino avvelenato messo da parte per l’eventuale quanto necessario ultimo atto. Il suicidio – fondamento della storia e aderente al protagonista come una seconda pelle – data la forma dell’opera non avviene. C’è un omicidio, invece. Ci sono uomini, evidentemente, che si scoprono oscillare tra questi due poli.

Il protagonista ama e sposa una donna con la quale è cresciuta. La scopre sadica. Ne immagina i tradimenti molteplici e crudeli nei suoi confronti. La civetta cieca riprende il classico tema dell’ossessione amorosa: l’amante non amato soggiace all’amata e patisce, godendone, l’amore/odio. La passione è devastazione di sé, al sadismo si risponde con quella forma di masochismo che i più chiamano debolezza, fragilità, incapacità colpevole di difendersi dall’altra (o dall’altro, in casi diversi da questo) che fa del male ai limiti della consapevolezza.

Mai come in questo romanzo la storia d’amore può essere accostata a una celebre crudele esecuzione cinese: il Lingchi, ossia la morte dei cento tagli: il colpevole, legato a un palo, veniva ucciso col taglio lento e metodico di parti del corpo, e intanto gli si somministrava dell’oppio.

Il taglio

La civetta cieca è un romanzo strano, misterioso, potrebbe forse rientrare nel genere fantastico. Prima di raccontare il passato che l’ha segnato, il protagonista racconta un passato recente che l’ha diversamente attraversato. Egli è vecchio e vive un’esperienza che pare una terrificante allucinazione. Incontra una donna bellissima, ne resta affascinato nel senso di affatturato, e qualcosa di orrorifico accade che non si lascia capire; di mezzo c’è un corpo tagliato. Accade un fatto che sembra una visione, un incubo. Lasciamo raccontare a un lettore d’eccezione, Roberto “Bobi” Bazlen, che in una lettera editoriale a Luciano Foà della casa editrice Einaudi, datata 9 marzo 1960, così riassume la trama del romanzo:

Io per esempio scarterei un libro, senza aprirlo, se sapessi che il protagonista, già inizialmente ridotto in condizioni poco raccomandabili, vede attraverso la fessura di un muro una ragazza bellissima che offre un fiore blu a un vecchio seduto sotto un cipresso, ragazza che il protagonista non può dimenticare, e che si mette a cercare senza trovarla – come non trova più nemmeno la fessura del muro – fino a che una notte di nebbia se la trova seduta sulla pietra davanti alla porta di casa sua, la fa entrare, scopre che è morta, la taglia a fette e dispone pulitamente le fette in una valigia che spedirà con l’intervento di un vecchiaccio che prorompe in sinistre risate, e che compare al momento giusto con carro funebre tirato da due cavalli pelle e ossa. Sepolta la valigia e ritornato a casa, il protagonista si accende una pipa d’oppio, e piomba in un passato meno spettacolrarmente funesto del presente, ma impregnato di sofferenze viscose – ecc. ecc.

[Roberto Bazlen, Scritti, 1984, a cura di Roberto Calasso, Adelphi, 2008, pp. 290-291.]

La lettura de La civetta cieca di Roberto Bazlen

La lettera di Bazlen a Foà è del 1960, lo stesso anno della prima edizione italiana Feltrinelli del romanzo. Ma Bazlen, lettore che anticipava i tempi, aveva letto e parlato da tempo del romanzo di Hedàyat. Il giudizio che esprime è, come suo solito, penetrante e appassionato, questo perché Bazlen è Il Lettore per eccellenza, un particolare esemplare di essere umano che vive di lettura, che quotidianamente si immerge nella lettura, per il quale la lettura è una esperienza vitale:

[…] non conosco un altro racconto […] in cui come in questo tutte le realtà si coprono – realtà materiale, realtà «psichica», visione dell’oppio, vita karmica – si fondono, sono parti della persona, sono la persona – ma anche la persona non è più, non è che la sua ombra sul muro – l’ombra di una civetta – civetta cieca.

Non so se è il più bel racconto uscito da non so quanti anni, diciamo dopo i racconti di Kafka – probabilmente no. So invece che non conosco altro racconto (dopo Kafka) nato dalla stessa necessità, con la stessa violenza, e che abbia la stessa suggestione. Dico: nato – non: scritto – non so cosa avesse in testa Sadègh Hedàyat quando si è messo a scriverlo. Sicuro è che molte parti, particolarmente verso la fine, sono nate mentre venivano scritte – i temi si coprono con un’organicità che non può essere il risultato di una precostruzione a freddo.

[ivi, p. 291.]

Ṣādeq Hedāyat

La civetta cieca

Traduzione di Marco Guarnaschelli

SE, 1993 e 2019

pp. 110

© Antonio Russo De Vivo 2019

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