Elémire Zolla, Minuetto all’inferno

È noto che alcuni libri, per motivi anche imperscrutabili, hanno vita breve. Ci sono libri anche di indiscutibile qualità che hanno poco successo editoriale e poco riscontro da parte dei lettori. Questi libri, si sa, vengono dimenticati. Un giorno qualcuno li trova, per caso, in una biblioteca o in qualche bancarella dell’usato, li legge, e se chiede perché siano, ai più, ignoti.
Tra questi, Minuetto all’inferno di Elémire Zolla.

Chi è Elémire Zolla

Eppure l’autore, Elémire Zolla, è stato uno dei maggiori intellettuali italiani del Novecento. Esperto in dottrine esoteriche e mistica, filosofo, critico, curatore di collane editoriali, Zolla è stato un personaggio molto influente e stimato.

Nato nel 1926 a Torino da padre italiano e madre britannica, trascorre l’infanzia tra la città natale, Parigi e Londra e apprende il francese e l’inglese. Successivamente studia il tedesco e lo spagnolo.

Studia diritto e psichiatria presso l’Università di Torino e si laurea in giurisprudenza nel 1953.

A 22 anni, tra il 1951 e il 1952, ammalatosi di tubercolosi, scrive il primo dei suoi due romanzi e la sua opera di esordio: Minuetto all’inferno. Viene pubblicato qualche anno dopo, nel 1956, e gli vale il Premio Strega come opera prima. L’altro romanzo, Cecilia o la disattenzione, è del 1961. Ingente, al contrario, la produzione saggistica nel corso degli anni.

Nel 1958 sposa la poetessa Maria Luisa Spaziani, il matrimonio fallisce subito, dal 1959 si lega alla scrittrice Cristina Campo.

Nel 1960, su intercessione di Mario Praz, insegna Lingua e Letteratura angloamericana all’Università di Roma.

Dal 1967 al 1974 prosegue la carriera universitaria insegnando a Catania, Genova e di nuovo a Roma.

Nel 1980 sposa l’orientalista e studiosa di estetica Grazia Marchianò.

Muore nel 2002, a Montepulciano.

Minuetto all’inferno

Minuetto all’inferno è stato pubblicato presso Einaudi, nella collana “I gettoni” diretta da Elio Vittorini, nel 1956. Tuttavia, come si evince dalla prefazione di Grazia Marchianò alla ristampa del 2004 presso Aragno, il romanzo ha avuto un’accoglienza controversa tra i lettori einaudiani.

Italo Calvino, Carlo Fruttero, Beppe Fenoglio e Vittorini si sono confrontati sul libro tra il ‛53 e il ‛55 e tutti hanno mostrato perplessità. Il romanzo di Zolla recava la colpa di non aderire ai canoni realistici dell’epoca, di essere decadente fuori tempo massimo. Nel carteggio tra i quattro, il libro veniva definito “vecchio”, “libresco”, con “ingenuità”, con qualche capitolo buono, non indegno, alla fine, di rientrare nella collana.

Vittorini, nella quarta di copertina, prende curiosamente le distanze dall’opera lasciando il giudizio ai lettori:

Ma è solo cervellotico e libresco? O ha, in qualche modo, una sua validità realistica, una sua storicità, per oggi? Nel dubbio lascio che sia il pubblico a giudicare.

Incipit

Vitantonio Cacopardo era venuto a Torino in cerca di fortuna nel 1851, gabellandosi per profugo siciliano. Arricchì con mezzi occulti. Nel 1878 fece bancarotta e per assicurarsi la benevolenza dell’amante che gli portava il cibo in carcere, riconobbe il figlio da lei avuto: Vittorio Cacopardo, che mutò più tardi il cognome in Copardo.

[p. 13.]

Trama, no spoiler

La trama segue in parallelo la vita di due giovani benestanti a Torino ai tempi del fascismo: Lotario Copardo e Giulia Utasso. Entrambi sensuali, il primo è un giovane freddo, indifferente, che abbandona gli studi di medicina per dilettarsi con la scultura; la seconda è di tendenze sadomasochiste, prova a imporsi nel campo della pittura e poi sposa Edmeo Nepote, uno sfaccendato che seduceva donne ricche di famiglia, col quale si gode la dote.

Le vite di Lotario e Giulia si incrociano, i due si amano senza alcuna opposizione da parte di Edmeo, già soddisfatto di vivere senza dover lavorare.

A questo punto, nel momento in cui il triangolo è perfettamente in piedi, intervengono Dio, dipinto come un dittatore, e Satana, un sottoposto timoroso, a portare il caos nella vita dei protagonisti.

Il libro

Il romanzo di Zolla è tra il fantastico e il grottesco, intreccia lingue diverse (presenza del dialetto, ogni personaggio parla in un modo solo suo), presenta un linguaggio effettivamente libresco, con molti termini desueti.

Lo spirito dell’Italia fascista, sfondo delle vicende narrate, emerge dai comportamenti lascivi e autoritari dei personaggi secondari borghesi e aristocratici.

Un momento alto lo si raggiunge nel dialogo tra Lotario e Edmeo, a carte scoperte, essendo nota e accettata la relazione tra il giovane Copardo e Giulia:

Lotario. Dovresti dirmi qual è il tuo centro. Tutti abbiamo un centro. Poniamo che il mio sia, come credo, Giulia. Per te invece non riesco a immaginarlo. Quindi io ho il volto scoperto e tu resti senza volto.

Edmeo. Ti imbarazza?

Lotario. Non riesco a scoprire il tuo errore. Tutti abbiamo un errore, e attorno ad esso connettiamo i momenti insensati che ci accade di vivere. Per i fanatici di cui si parlava sarà per lo più il giorno, la circostanza in cui si sono accorti di cadere sotto l’influsso dell’oggetto del loro fanatismo. È ciò che rende vivi, lo sbaglio fondamentale, il feticcio. Tutti lo custodiscono, dentro di sé, sotto forma di certe immagini, nel loro giardino privato e interiore: sarà per certi abitato, questo giardino, da un ricordo d’infanzia, da un’aspirazione gretta, da un microfono da impugnare davanti a una folla, da un priapo… Sarà nome di donna, canzone, divisa… Tu che cosa puoi mai avere? Puoi dirmelo: non sarà certo un nodo di vipere o un ammasso di trucioli di segatura. Hai troppa patina, e incuriosisci. Possibile che tu getti solo del fumo negli occhi?

[p. 190.]

Elémire Zolla

Minuetto all’inferno

Einaudi, 1956

pp. 270

© Antonio Russo De Vivo 2019

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