Tutte le metà del mondo nostro

Parlavano, di mezzo un tavolo di vetro in trasparenza sull’abisso. Non erano più giovani, non erano più vecchi: oltre.

L’umano guardava in fondo, poi l’essere di fronte, poi di nuovo in fondo, attraverso il tavolo.
“Lì è la Memoria, Teseo; ricordi?”
Dalla nuca bestiale pendeva un filamento grigio, l’umano lo fissò.
“È la coda del mio cervello, Teseo”.
E quello taceva. Guardava, e davanti all’essere non faceva altro. Solo, guardava.
“Raccontami, Teseo”.
L’umano vide l’essere, l’umano parlò.
“Arianna mi accompagnò alle fauci, l’ingresso del serpente. Intrapresi il viaggio srotolando il gomitolo di lei, la donna. Tutto intorno era vischioso ma lineare, finché non persi il filo”.
“Lo so. Ero con Kaspar: Kaspar Hauser. Mi raccontava l’universo e il mondo quando io non capivo. Poi prese dalla borsa un martelletto e un grosso chiodo, mi fu alle spalle, mi bucò la nuca. Da allora, mentre dal foro spuntava la coda del cervello, pure io potevo parlare e capire. Mi spiegò che così non ero tutto cervello rettiliano. Io capii. Mi disse che Arianna ti aveva abbandonato per il mondo, per le donne. Poi io lo divorai”.
L’essere indicò un mucchio d’ossa.
“Ah, va bene, era giusto” disse Teseo.
“Raccontami, Teseo”.
“Il percorso mutò. Intorno a me era una illimitata costellazione di specchi”.
“Lo so, ero con il cieco”.
“Tiresiə?”
“No, Teseo. Tiresiə ci aveva abbandonati per il mondo. Scelse di farsi eroe per tuttə”.
“Bene, era giusto”.
“Parlo dell’altro cieco, quello che ha pensato tutto e ha scritto qualcosa. Mi disse che gli specchi sono pericolosi quanto la copula, che per gli specchi l’umano andava moltiplicandosi senza limiti. Mi si avvicinò fino a sentire il mio fiato taurino, insistito, rovente. Era cieco ma aveva gli occhi. Li fissai. Tremai. Aveva due abissi uguali a questo sotto il tavolo. Non dovette accorgersene del momento in cui iniziai a divorarlo, o forse sì. Non pareva umano da temere la morte”.
“Tutti gli umani temono la morte”.
“Non è stato sempre così, Teseo. Non lo era prima di te. C’è stato un momento in cui gli umani hanno intrapreso una guerra serrata alla morte. Tu già eri in quel tempo diverso, di paura e illusioni. Ma prima, Teseo, prima l’umano era felice: si specchiava nelle acque, moriva per un nuovo viaggio. Doveva aver avuto accesso a quella dimensione passata, il cieco, perché mentre moriva pensava solo a stringere il bastone a sé”.
L’essere indicò un altro mucchio d’ossa.
“Manca il bastone” osservò Teseo.
“Appunto. Raccontami, Teseo”.
“Il percorso mutò ancora. Franti gli specchi, era una strana selva di fili, scintille, materia artificiale. Non so perché, ma in quel momento mi vennero in mente i re: Minosse e Pasifae”.
“Lo so. Ero con l’automa, grondava circuiti mentre mi parlava. Mi disse che i re governavano decollati e gli umani erano sicuri. Osservai l’automa con attenzione, lo osservai tutto perché aveva occhi ovunque, e osservandolo raggelai: attraverso quegli occhi potevo vedere l’umanità, tutte le metà del mondo, da qui. Gli umani erano sicuri e io divorai l’automa. Mentre lo divoravo, lui non moriva, parlava. Disse che gli umani vivono una nuova era: l’età delle distopie. Quando finii lui ancora parlava: diceva che le distopie cedono. Io gli dissi che era facile: bastava una sola meravigliosa utopia. L’automa divorato mi disse che no, qualsiasi utopia non avrebbe potuto nulla. Solo a una distopia poteva cedere una distopia. Io allora pensai al viaggio che porta qui”.
L’essere indicò un mucchio di ferraglia e fili.
“Ogni tanto mi parla ancora, ha sempre una nuova distopia da raccontarmi. Ma ora tu, Teseo: raccontami”.
“Il percorso non mutò, mi sono solo ritrovato qui, in questa stanza. Ho visto te, il tavolo, mi hai invitato a sedermi, l’ho fatto. Tutto qui”.
L’essere, silente, esaminò Teseo davanti a lui. Pensò al viaggio che aveva intrapreso e che era riuscito a concludere. Pensò ai limiti. Pensò che alla fine non c’è limite che tenga. Pensava a una meravigliosa utopia, mentre lo divorava: la fine. Sentì il mucchio di ferro e fili ghignare. E poi ebbe un unico, potente, implosivo sussulto.
Il viaggio di Teseo – il serpente, gli specchi, i circuiti – si ritirò alle sue spalle, in un tonfo. Finito il sussulto si voltò: aveva una coda.

Tornato in sé si ritrovò nel mondo.
L’essere intraprese il suo viaggio.
Era tutta natura, non c’erano umani.
Continuava a viaggiare. E viaggiando mangiò piante – sperava di avvelenarsi – si faceva mangiare da bestie – sperava di essere divorato – ma nulla accadeva, oltre il viaggio.
Venne un’era, però, in cui si trovò al cospetto di una enorme struttura. Era fatta di tutti i materiali che avevano usato gli umani nel tempo. Entrò. Fu nell’immensità eterea di quanto restava dell’umano.
L’essere uscì, e una volta fuori cercò e trovò il modo di incendiare la struttura.
Spenta l’ultima fiamma, la struttura in cenere, l’essere era sparito.
Ma ancora pensava, in assenza, l’essere.
Una belva si avvicinò, lo azzannò, e tra le fauci lo tenne in un altro viaggio. Raggiunte le acque, la belva liberò quanto restava dell’essere in quella materia fluida, viva: era la coda.

Antonio Russo De Vivo © 2022

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