Che cos’è il duende

Oggi vi racconto quella particolare forma di malinconia che è il duende.

Dove si dice che cos’è il duende e chi lo dice

L’autore che centra il duende – nel senso che punta un bersaglio, difficile, si prepara a scoccare la freccia, e poi accade (in Oriente conta il “gesto”, non il risultato: il “come”, non il “cosa”; una prospettiva molto letteraria) – è Federico García Lorca (1898-1936) in Gioco e teoria del duende.

Questo testo è la trascrizione di una conferenza tenuta in Sud America – Buenos Aires, Rosario e Montevideo – il 1933 e il 1934.

La parola «duende»

Enrico Di Pastena, curatore dell’edizione Adephi del testo di García Lorca, nella Postfazione parte dalla semantica.

La parola spagnola «duende» è la forma apocopata di duen de casa (dueño de una casa > duen de casa > duende).

Dueño de una casa indicava anticamente il proprietario di una casa.

Il dizionario spagnolo associa la parola a un folletto che infesta una casa e, in senso traslato, a “«un incanto misterioso e ineffabile»” (p. 35). Seguendo questa accezione comune, c’è confessione del poeta e drammaturgo spagnolo circa una visita notturna di questo strano essere.

Definire il duende

García Lorca non può definire il duende, ma solo approssimarsi. Il bersaglio non è un punto ma una nebulosa. Il potere seduttivo della conferenza sta proprio nel non mostrare, nel portare l’ascoltatore/lettore all’intuizione del concetto, non alla sua demarcazione.

Dall’autore noi comprendiamo cosa sia come si comprende qualcosa che non si può dire, che non si può spiegare.

Centra invece il duende chi, come l’autore, conosce e convive con il duende. Gli altri vedono la nebulosa, possono riconoscerla, ma poi non sanno. Gli altri, alla fine, non sanno.

Che cos’è il duende

Il duende è un qualcosa che qualcuno ha, un qualcosa che è nell’essenza di qualcuno.

È l’esperienza perpetuata di una ferita non rimarginabile, per tornare a García Lorca.

È “un potere e non un agire, è un lottare e non un pensare” (p. 13).

[…] il duende non arriva se non vede una possibilità di morte, se non sa di dover girare intorno alla sua casa, se non ha la certezza di dover cullare quei rami che tutti portiamo, che non hanno, che non avranno consolazione.

Con l’idea, con il suono e con il gesto, al duende piacciono i bordi del pozzo in lotta con il creatore. […] il duende ferisce, e nella cura di questa ferita che non si rimargina mai risiede l’insolito, quanto c’è di inventato nell’opera di un uomo.
(pp. 25-26.)

Mi ricorda ciò che ho provato a definire, altrove, malinconia:

Conoscete la malinconia? È quando non vi bastate più, e sentite di avere una ferita aperta da qualche parte, chissà dove, che non procura nessuna fitta, nessun bruciore, eppure sapete che c’è e sapete che resterà lì per sempre perché voi, da soli, non vi bastate, vi manca qualcosa, VI MANCA, VI MANCA, e sostituite, e vi affannate, e ricercate, ma NULLA.
(
Antonio Russo De Vivo, Divenire pietra, «Nazione Indiana», 01/06/2016.)

Da dove proviene e cosa fa

García Lorca localizza il duende nella sua Spagna (“spirito nascosto della dolente Spagna”, p. 11). Ci sono motivi, tra i diversi c’è il rapporto privilegiato che la Spagna ha con la morte.

Ma questa forma di malattia dell’anima non è solo in Spagna. Il duende è ovunque.

I posseduti dal duende esercitano un “potere di attrazione” sul prossimo; è come quando ci accorgiamo che tra noi c’è un qualcuno che sembra aver dato testate su tutti i bordi della vita, che sembra essersi esercitato in tuffi profondissimi.

I posseduti dal duende io li chiamo abissali: tra di loro si riconoscono, percepiscono la comune esperienza della fine, l’accettazione e la comunione con la fine prima del compimento della fine, la visione dello sbocciare di questo fiore fatale. Qualcuno potrebbe dirli fatalisti, ma non lo sono: la fatalità l’hanno già vissuta e da allora e sempre la vivono.

Gli artisti posseduti dal duende quando esprimono il duende spingono la propria arte oltre anche alla perfezione della tecnica. Un virtuoso di una qualsiasi arte non raggiunge l’immane potenza del posseduto dal duende. Chi ha più tecnica non eguaglia chi ha il duende. Chi ha tecnica e duende è ineguagliabile.

Cosa fa il duende? Tra le tante, questo:

L’arrivo del duende presuppone sempre un cambiamento radicale di tutte le forme. Ai vecchi schemi dà sensazioni di freschezza completamente inedite, con una qualità di cosa appena creata, di miracolo, che giunge a generare un entusiasmo quasi religioso.
(p. 19.)

Il duende, nell’arte, può essere un’aura, una forma di energia.

Il duende non si sa, si sente.

Il duende è meglio non averlo.

Per chi ce l’ha è un insostenibile ronzio dell’anima. Per chi lo sente è, tra le musiche, la Musica.

Il libro che devi leggere

Federico García Lorca
Gioco e teoria del duende
A cura di Enrico Di Pastena
Adelphi, Milano, 2007
pp. 52

Antonio Russo De Vivo © 2020

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