Il personaggio II. Discorsi

Quarto potere

Uno scrittore sempre deve porsi, tra le tante, la seguente domanda: come esprimo i pensieri e le parole dei personaggi? Sono diversi, infatti, i modi in cui è possibile far pensare e parlare un personaggio.

L’editor, dal canto suo, deve vigilare affinché l’autore del testo su cui lavora abbia intrapreso le scelte migliori e sia stato coerente con le stesse.

I discorsi

Per comodità distinguiamo sette tipi di discorsi cui lo scrittore può ricorrere per far parlare/pensare il personaggio.

1. discorso diretto: far parlare direttamente il personaggio, come avviene nei dialoghi;

2. discorso indiretto: riportare le parole e i pensieri del personaggio in via indiretta, ad esempio usando formule come “pensa che…” o “dice che”;

3. discorso indiretto libero: riportare le parole e i pensieri del personaggio in via indiretta, ma usando le stesse parole e espressioni che avrebbe usato il personaggio se si fosse espresso in via diretta;

4. discorso raccontato: riportare la sintesi di quanto detto o pensato dal personaggio, ossia ciò che è importante;

5. soliloquio: riportare le parole che il personaggio rivolge a se stesso o a un interlocutore immaginario, in via diretta;

6. monologo interiore: riportare i pensieri del personaggio in via diretta;

7. flusso di coscienza (o stream of consciousness): riportare pensieri e sensazioni del personaggio in tutta la loro caoticità e inesplicabilità, senza filtri, in via diretta.

Discorso indiretto libero

Il discorso indiretto libero è assai diffuso nel romanzo italiano.

Prendiamo come esempio I Malavoglia (1881) di Giovanni Verga (1840-1922):

Un tempo i «Malavoglia» erano stati numerosi come i sassi della strada vecchia di Trezza; ce n’erano persino ad Ognina, e ad Aci Castello, tutti buona e brava gente di mare, proprio all’opposto di quel che sembrava dal nomignolo, come dev’essere. Veramente nel libro della parrocchia si chiamavano Toscano, ma questo non voleva dir nulla, poiché da che il mondo era mondo, all’Ognina, a Trezza e ad Aci Castello, li avevano sempre conosciuti per Malavoglia, di padre in figlio, che avevano sempre avuto delle barche sull’acqua, e delle tegole al sole. Adesso a Trezza non rimanevano che i Malavoglia di padron ‛Ntoni, quelli della casa del nespolo, e della Provvidenza ch’era ammarrata sul greto, sotto il lavatoio, accanto alla Concetta dello zio Cola, e alla paranza di padron Fortunato Cipolla.
[incipit]

Angelo Marchese (1937-2000), ne L’officina del racconto. Semiotica della narratività (1983), così definisce il discorso indiretto libero:

[…] il discorso del narratore imita quello del personaggio o il personaggio si esprime attraverso la voce del narratore, sicché non è possibile distinguere chiaramente le parole dell’uno o dell’altro e dire se si tratti di parole o di pensieri.
[Mondadori, 1990, p. 165.]

Antonio Russo De Vivo © 2020

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